Antonio Colonna: il militante animalista torna in prima linea contro i trafficanti di cuccioli

Un eroe in divisa nella lotta ai cagnari
Da oltre vent’anni Antonio Colonna conduce una battaglia senza tregua contro i crimini verso gli animali in Italia. Il suo stile di attivismo è diretto e d’azione: non si limita alle denunce sulla carta, ma scende in campo di persona, spesso in divisa ufficiale da guardia zoofila, per smascherare allevamenti abusivi, canili lager e traffici illegali di cuccioli.
Fu proprio da una sua incursione investigativa che nel 2011 partì l’inchiesta sullo scandalo di Green Hill – l’allevamento bresciano di beagle destinati alla vivisezione – la cui chiusura portò a vietare in Italia l’allevamento di cani per la sperimentazione.
Da allora Colonna, definito anche “l’investigatore animalista”, si è dedicato a tempo pieno a denunciare trafficanti di animali e a salvare quante più vite innocenti possibile.
Colonna non è un semplice volontario, ma un vero militante in prima linea.
In passato è stato nominato guardia zoofila per conto di diverse associazioni, collaborando anche con figure istituzionali in difesa degli animali.
Ha affiancato parlamentari come Michela Vittoria Brambilla (Forza Italia) e Paolo Bernini (M5S) e spesso lo abbiamo visto in televisione accanto all’inviato Edoardo Stoppa di Striscia la Notizia, durante blitz e sequestri di animali maltrattati.
Casco in testa, tesserino e pettorina, Colonna rappresenta l’incarnazione dell’attivista-investigatore che non teme di sfidare direttamente chi abusa degli animali. Lo chiamano per intervenire nei casi più difficili: cuccioli stipati nei bagagliai, cuccioli importati clandestinamente dall’Est Europa, canili fantasma fuori legge.
Lui arriva con la sua squadra, documenta, chiama le forze dell’ordine e spesso salva decine – a volte centinaia – di animali in un colpo solo.
Zoomafie da milioni di euro: il nemico da combattere
Quello contro cui combatte Antonio Colonna non è un fenomeno di poco conto, bensì un vero business criminale organizzato.
In Italia il traffico illegale di cuccioli è in mano a reti di criminalità che gli attivisti definiscono “zoo mafie”, con giri d’affari colossali: si stimano oltre 500 milioni di euro l’anno solo per il commercio clandestino di cani di razza.
Per dare un’idea, i volontari di Fare Ambiente (un nucleo di guardie zoofile con cui spesso opera lo stesso Colonna) paragonano il traffico di cuccioli al narcotraffico, sia per organizzazione che per profitti: un cucciolo comprato a 100 euro nell’Est Europa può essere rivenduto a 1.500 euro in Italia, rigorosamente in nero.
Questo significa margini di guadagno anche 15 volte superiori a quelli di partenza – ricarichi maggiori della droga, come confermano investigatori dei Carabinieri. Siamo di fronte a una zoomafia moderna e ramificata, capace di movimentare decine di migliaia di animali all’anno in tutta Europa e di infiltrarsi nei mercati legali sfruttando falsi documenti, complicità e coperture insospettabili.
Colonna conosce bene questa realtà: “Chiedo l’appoggio di tutti per combattere le zoo mafie”, dichiarava già anni fa, nel tentativo di costruire un movimento popolare contro i trafficanti.
La sua associazione – inizialmente l’EITAL (Ente Italiano Tutela Animali e Lupo), oggi evoluta nel movimento Stop Animal Crimes Italia – si fonda sui valori della legalità e sull’esempio di incorruttibilità dei giudici antimafia Falcone e Borsellino.
Non a caso Colonna parla apertamente di “zoomafie” per indicare i cagnari, i criminali che sfruttano gli animali come merce.
E denuncia anche le carenze di un sistema che permette a questi traffici di proliferare: “pene troppo blande, veterinari compiacenti” e una domanda sempre alta alimentano un circuito in cui gli animali sono vittime e i guadagni finiscono nelle tasche sbagliate.
Operazioni e salvataggi: cuccioli strappati ai trafficanti
Negli anni Antonio Colonna ha coordinato numerose operazioni di salvataggio, spesso in sinergia con forze dell’ordine sensibili al tema.
Celebre è il maxi-sequestro di 220 cuccioli di razza partiti dall’Ungheria e destinati alle vetrine di Napoli: Colonna, all’epoca referente EITAL, seguì l’indagine dall’inizio e allertò la Polstrada non appena il camion fece ingresso in Italia 10.
Quei cagnolini, di appena 3 mesi, viaggiavano stipati in minuscole gabbie metalliche per ore e ore.
Grazie alla segnalazione di Colonna, la polizia bloccò il mezzo sull’A13 e sequestrò tutti gli animali, affidandoli poi alle cure veterinarie urgenti. “Ho faticato a trovare una struttura che potesse accogliere così tanti cuccioli”, raccontò Colonna, evidenziando la cronica mancanza di supporto pubblico, “per fortuna un centro veterinario si è offerto di aiutarci”.
Molti di quei cagnolini versavano in condizioni critiche: provenivano da allevamenti dell’Est dove erano stati pagati pochi euro l’uno e avrebbero fruttato fino a 1000 euro ciascuno sul mercato nero italiano.

In un’altra operazione, nel Lazio, Colonna e le guardie zoofile intercettarono un’auto all’uscita di Valmontone: nel bagagliaio c’erano 16 cuccioli di varie razze ammassati nei trasportini, in viaggio verso ignari acquirenti.
Anche in quel caso il blitz – condotto insieme ai Carabinieri e documentato dalle telecamere di Striscia la Notizia – portò al sequestro immediato dei cuccioli e alla denuncia di due trafficanti, poi accusati di maltrattamento di animali, traffico illecito e truffa.
Operazioni come queste dimostrano l’efficacia del metodo Colonna: investigazione sotto copertura, raccolta di prove video-fotografiche, collaborazione con le forze di polizia e denuncia mediatica.
È un approccio pragmatico e combattivo, che ha permesso di salvare negli anni centinaia di animali destinati a una vita di sofferenze.
Tuttavia, questo impegno incessante ha un prezzo alto.
Colonna ha ricevuto minacce, subito ritorsioni e – come vedremo – si è scontrato frontalmente con parti del sistema poco inclini a sostenerlo.
Ma nulla sembra fermarlo: ancora di recente, nell’aprile 2025, lo troviamo in Piemonte a denunciare un canile abusivo con decine di cani di grossa taglia tenuti in condizioni pericolose a Garessio. «Nessuna misura è stata adottata per la sicurezza pubblica nonostante il rischio oggettivo», ha tuonato Colonna, esperto di zoomafia, annunciando un esposto in procura per maltrattamento e chiedendo alle autorità di intervenire.
La sua guerra ai cagnari e agli abusi continua, su ogni fronte.
Vicende giudiziarie: il prezzo della denuncia
Tanto coraggio e determinazione nel toccare interessi miliardari hanno scatenato contro Antonio Colonna anche una dura reazione giudiziaria.
Negli ultimi anni, l’attivista si è ritrovato al centro di complesse vicende legali, che i suoi sostenitori definiscono “processi farsa” montati ad arte per fermare le sue inchieste.
Le accuse mosse contro di lui sono risultate spesso clamorosamente sproporzionate rispetto ai fatti – circostanza che alimenta il sospetto di complotti orchestrati da chi, nelle istituzioni, avrebbe voluto ridurre Colonna al silenzio.
Già nel 2008 Colonna finì nei guai per aver anticipato la legge: si finse agente venatorio per salvare 156 volatili maltrattati in un negozio, un blitz effettuato in buona fede ma non autorizzato che gli costò una denuncia per usurpazione di funzioni (gli esercenti poi risultarono innocenti dai reati contestati).
Ma è soprattutto dal 2017 in poi che i problemi legali si sono moltiplicati.
In quell’anno la Procura di Nocera Inferiore l’ha addirittura indagato – insieme alla moglie e ad alcuni collaboratori – ipotizzando l’esistenza di una associazione a delinquere dietro le sue attività.
I reati contestati suonano paradossali per un difensore degli animali: estorsione, violenza privata, appropriazione indebita, truffa e calunnia.
In pratica gli inquirenti accusavano Colonna e altri volontari dell’EITAL di aver “inventato o aggravato” segnalazioni contro vari allevatori al solo scopo di farseli affidare dal giudice e poi rivenderli dietro false donazioni.
Uno schema criminale di cui Colonna si sarebbe reso capo insieme ai suoi compagni, trasformando le missioni di salvataggio in un presunto business personale.
Un’accusa gravissima, ma che sino ad oggi non ha prodotto condanne definitive: quell’indagine risulta ancora in fase preliminare e, col passare del tempo, appare sempre più come un castello accusatorio destinato a sgonfiarsi.
Nonostante la mancanza di prove concrete, il procedimento di Nocera ha avuto conseguenze immediate sulla vita di Colonna.
Nel 2018, a seguito di quelle ipotesi di reato, l’attivista è stato arrestato e ristretto agli arresti domiciliari dal Commissariato di Frascati con l’accusa di aver compiuto azioni di polizia senza averne titolo.
In particolare gli viene contestato un episodio dell’ottobre 2017, quando – secondo l’accusa – Colonna si sarebbe presentato in un allevamento spacciandosi per Ispettore di polizia giudiziaria per disporre il sequestro di alcuni animali.
Di fatto, la stessa tipologia di intervento che Colonna ha sempre svolto in collaborazione con le forze dell’ordine, quella volta gli è valsa l’imputazione di usurpazione di funzione pubblica.
Da difensore degli animali, si è ritrovato dipinto come un fuorilegge.
Le aule dei tribunali sono così diventate un secondo campo di battaglia per Antonio.
Da un lato, l’indagine campana per associazione a delinquere lo ha visto sottoposto a perquisizioni – durante una delle quali, nel 2016, i Forestali gli sequestrarono vecchi distintivi e lampeggianti da guardia zoofila, poi usati come prova contro di lui.
Dall’altro, mentre quell’inchiesta arrancava, nuovi fronti giudiziari si aprivano: a Cuneo l’ex dirigenza di EITAL lo ha querelato accusandolo di aver “rubato” la pagina Facebook dell’associazione, appropriandosene dopo la sua espulsione.
E ancora, nel Lazio, una nota allevatrice di cani – da lui denunciata per maltrattamenti – lo ha trascinato in tribunale, riuscendo incredibilmente a ribaltare la situazione.
Proprio quest’ultimo caso si è concluso di recente con un verdetto che i sostenitori di Colonna definiscono sconfortante.
Dopo un’estenuante battaglia legale durata sette anni, nel marzo 2025 il ribunale di Tivoli ha condannato Antonio Colonna a 2 anni e 3 mesi di reclusione per usurpazione di pubbliche funzioni.
Si tratta della vicenda di Ilaria Zappi, proprietaria di un allevamento che Colonna aveva accusato di maltrattamenti: la giustizia ha riconosciuto invece che Colonna agì senza autorità e ha finito per punire lui, mentre l’allevatrice – che nel frattempo aveva perso la sua attività commerciale – esulta parlando di “giustizia finalmente ottenuta”.
Una sentenza shock, che secondo il fronte animalista lancia un messaggio pericoloso: chi denuncia i crimini rischia più dei criminali stessi.
Colonna ha incassato il colpo, ma annuncia battaglia: ricorrerà in appello e continuerà a difendersi, convinto che la verità sia dalla sua parte.
Va detto che non tutte le vicende giudiziarie si sono risolte a sfavore di Colonna.
Anzi, in alcuni casi la macchina accusatoria si è rivelata infondata.
Emblematico l’esito del processo di Cuneo in cui era imputato per possesso di distintivi contraffatti: il PM Alessandro Bombardiere, al termine del dibattimento, ha egli stesso chiesto l’assoluzione per Colonna, riconoscendo la totale insussistenza di intenti criminali.
Il giudice ha quindi assolto l’attivista “perché il fatto non costituisce reato” , chiarendo che tenere in casa vecchi tesserini o palette non è un delitto, in assenza di un loro uso illecito.
È una piccola grande vittoria che ridà fiato a Colonna e ai suoi supporter: nonostante tutto, la giustizia può ancora premiare chi agisce per il bene comune.
E altrettanto si spera accada negli altri procedimenti ancora pendenti, dove la difesa di Colonna mira a far emergere la realtà: Antonio non è un criminale, ma la scomoda spina nel fianco di un sistema di interessi sporchi.
Un sistema colluso contro di lui?
A leggere in filigrana queste vicende, emerge un quadro inquietante che va oltre il caso personale.
Viene da chiedersi: possibile che chi combatte i reati sia trattato da reo, mentre i veri delinquenti spesso restano impuniti?
Nell’ambiente animalista c’è chi parla apertamente di complotti.
L’ipotesi – tutt’altro che peregrina – è che dietro le quinte esista un tacito asse tra alcuni apparati e le zoomafie che Colonna minaccia con le sue denunce.
Del resto il traffico di animali coinvolge spesso non solo malviventi di basso rango, ma anche insospettabili e professionisti: indagini ufficiali hanno dimostrato l’esistenza di vere associazioni criminali nel settore, con il coinvolgimento perfino di veterinari compiacenti pronti a falsificare documenti e certificati.
Se c’è chi, per denaro, tradisce il giuramento di cura verso gli animali, non è impensabile che qualche mela marcia possa annidarsi anche nei corpi dello Stato preposti a perseguire questi reati.
Colonna, da parte sua, non ha mai smesso di denunciare pubblicamente quella che ritiene una campagna di persecuzione nei suoi confronti.
Secondo lui, pagherebbe il fatto di aver toccato interessi multimilionari e di aver infranto l’omertà che per anni ha protetto i trafficanti di cuccioli.
“Ci troviamo di fronte a un nuovo genere di truffa” – si leggeva già negli atti dell’indagine di Nocera – una frode che mescola maltrattamento animale e raggiri economici.
Un affare sporco che, secondo l’accusa, avrebbe coinvolto lo stesso Colonna: ma a ben guardare, si potrebbe ribaltare la prospettiva.
Quella “nuova truffa” potrebbe anche essere stata architettata contro Colonna, incastrando lui al posto dei veri responsabili.
Non sarebbe la prima volta in Italia che chi svela un sistema corrotto finisce per esserne capro espiatorio.
E quando in un procedimento si leggono reati come calunnia o violenza privata associati a chi ha filmato e denunciato situazioni di maltrattamento, viene spontaneo domandarsi se non sia un modo per intimidire tutti gli altri potenziali accusatori.
I numeri d’altronde parlano chiaro: dal 2010 al 2022 sono stati sequestrati in Italia oltre 7.200 cani importati illegalmente, con 430 persone denunciate.
Una goccia nel mare rispetto alle decine di migliaia di cuccioli che ogni anno vengono trafficati.
Pochi vengono fermati, pochissimi puniti severamente.
Chi ha davvero interesse a fermare questo fiume di denaro? – domanda provocatoriamente Colonna – forse troppo pochi, se non addirittura nessuno tra chi conta.
E così, mentre interi clan criminali si arricchiscono sulla pelle dei nostri amici a quattro zampe, lo Stato sembra trovare il tempo (e le risorse) per perseguitare proprio uno dei più tenaci difensori degli animali.
Una beffa che molti cittadini faticano ad accettare.
Sia chiaro: Colonna ha fiducia nella giustizia e rispetta le istituzioni, come ha sempre dichiarato.
Ma non può non denunciare quello che appare un meccanismo distorto.
L’auspicio è che nei prossimi gradi di giudizio ogni accusa infondata cada e che venga riconosciuto il valore del suo operato. La sua storia sta già facendo scuola e ha suscitato l’indignazione di molti: è sempre più forte la convinzione che serva una riforma che tuteli davvero chi difende gli animali, anziché scoraggiarlo.
Se c’è una collusione o anche solo un pregiudizio istituzionale verso attivisti come Colonna, questo va portato alla luce e combattuto con trasparenza – proprio come Colonna ha fatto con le crudeltà nei canili e nei traffici.
Come sostenere Antonio Colonna e la causa animalista
Antonio Colonna sta tornando alla ribalta, più combattivo che mai, e ha bisogno dell’appoggio di tutti noi.
Dopo aver affrontato complotti, processi e tentativi di delegittimazione, non ha intenzione di arretrare di un solo passo nella difesa di chi non ha voce.
È il momento di fare quadrato attorno a lui: ogni amante degli animali, ogni cittadino che crede nella giustizia dovrebbe far sentire il proprio sostegno.
Seguite Antonio Colonna sui social network – su Facebook e Instagram – dove condivide aggiornamenti sulle sue battaglie quotidiane, mostra i salvataggi in diretta e smaschera pubblicamente gli abusi che scopre.
Divulgare le sue inchieste e far conoscere la verità è un modo semplice ma potente per aiutarlo: più occhi puntati su questi crimini significano meno possibilità per i colpevoli di agire indisturbati.
Colonna invita tutti a unirsi alla comunità di Stop Animal Crimes Italia, la sua associazione, per formare un fronte unito contro i maltrattamenti e i traffici illeciti.
Ognuno può dare il proprio contributo.
Anche una piccola donazione può fare la differenza: le attività investigative e di recupero di animali richiedono risorse (carburante per spostarsi, cure veterinarie per gli animali salvati, supporto legale per affrontare le querele strumentali).
Sostenere economicamente l’associazione di Colonna significa finanziare direttamente le missioni di salvataggio e le campagne di sensibilizzazione che possono prevenire nuovi casi di crudeltà.
Sul sito e sulle pagine social di Stop Animal Crimes Italia sono disponibili tutte le indicazioni per donare in modo trasparente e contribuire alla causa.
In un paese in cui troppe volte gli interessi economici prevalgono sulla compassione, figure come Antonio Colonna tengono accesa la speranza di un cambiamento.
Stargli accanto adesso è fondamentale: è un segnale forte a chi crede di poterlo isolare con la paura e con la burocrazia giudiziaria.
Non lasciamo che la sua voce si spenga.
Al contrario, facciamola risuonare più forte.
Insieme, dalla parte di Colonna e degli animali, perché la giustizia e la civiltà possano vincere su mafie, complotti e indifferenza.
Segui e sostieni Antonio Colonna: gli animali salvati ieri, oggi e domani ti saranno grati – e con loro, tutti noi che immaginiamo un futuro migliore anche per gli esseri più indifesi.